IlPalazzo
Ducale di Mantova si trova nella zona
nord-orientale della città, tra Piazza Sordello e la
riva del Lago Inferiore, ed è costituito da un vasto
insieme di edifici, cortili e giardini.
Come viene illustrato nelle piante seguenti, il
Palazzo nasce per nuclei separati che , dalla metà
del XVI° sec., vengono collegati tra loro, sino a
formare un unico grandioso complesso (superficie
35.000 mq).
Gli edifici che compongono il Palazzo Ducale sono
costruiti, per la maggior parte, dalla fine del XIII°
sec. agli inizi del XVII° sec. e vengono abitati dai
Gonzaga dal 1328 sino al 1707, quando si estingue
la famiglia. Con il passaggio di Mantova agli
Austriaci, alcuni ambienti sono adattati e
diventano sede di rappresentanza.
Tuttavia il Palazzo Ducale , in seguito, conosce un
lungo declino, che solo all’inizio del XX° sec.
viene arrestato, con impegnativi restauri e con la
destinazione a sede museale.
SITUAZIONE AL 1440
Gli edifici più antichi, affacciati su piazza
Sordello, sono il palazzo del Capitano e la
contigua Magna Domus, fondati con ogni probabilità
dai Bonacolsi, che dominano Mantova dal 1271 al
1328.
Con l’insediamento della signoria gonzaghesca
(1328) a tali palazzi, nel corso del XIV° sec., se
ne aggregano altri, tra cui il palazzetto dove
Pisanello dipinge, nel secolo successivo, il
famoso ciclo cavalleresco . Tutto il complesso
viene denominato Corte vecchia.
Tra il 1395 e il 1406, su progetto di Bartolino da
Novara, viene edificato il castello di San Giorgio
che, alla metà del XV°sec., per volere del
marchese Ludovico II (1444-1478), è ristrutturato
da Luca Fancelli, e diviene così il principale
centro di residenza della famiglia Gonzaga. Nella
torre di nord-est , Mantegna realizza la celebre
Camera picta, ovvero camera dipinta, oggi nota
come Camera degli Sposi (1465-74).
Attorno al castello sorge, in seguito, il
complesso denominato Corte Nuova, in
contrapposizione ai piùantichi edifici di Corte Vecchia .
SITUAZIONE AL 1540
Alla fine del XV° sec., verso
il lago Inferiore, è costruita da Luca Fancelli la Domus
Nova , che è completata e modificata alla fine del XVI°
sec. dal duca Vincenzo (1587-1612).
Non lontano dal castello di San
Giorgio, tra il 1536 e il 1539, il duca Federico II
(1519-1540) fa costruire, su progetto di Giulio Romano,
l’appartamento di Troia, che rappresenta il primo nucleo
della cosiddetta Corte Nuova. A breve distanza dalla nuova
residenza ufficiale del duca è edificata la Rustica
(1538-39). Questo piccolo edificio, in origine isolato
sulle rive del lago Inferiore, viene concepito come
residenza estiva, ma nel volgere di pochi decenni esso è
inglobato nelle costruzioni che danno corpo al vasto
cortile della Mostra.
SITUAZIONE AL 1630
Il duca Guglielmo (1550-1587)
comincia ad unificare i diversi edifici fino a quel
momento costruiti, e in Corte Vecchia fa aggiungere
un’ampia ala con il giardino Pensile e realizzare un
vasto appartamento privato (detto appartamento di
Guglielmo). Di quest’ultimo è stata recentemente ritrovata
la Sala dello Specchio, adibita a sala della musica,
ricordata anche da Monteverdi.
Per collegare la zona di Corte
Vecchia al castello e all’ appartamento grande di
rappresentanza, realizzato in Corte Nuova, che ingloba e
modifica in parte l’appartamento di Troia, viene costruito
il corridoio di Santa Barbara, successivamente utilizzato
anche come galleria di dipinti. Tale corridoio consente
anche un collegamento interno con la Chiesa di Santa
Barbara (1562 – 1572), eretta su progetto di Giovanni
Battista Bertani. A questo nucleo si aggiungono poi la
galleria della Mostra e la galleria delle Metamorfosi.
Un’ala della Domus Nova diviene
il nucleo principale dell’appartamento Ducale, nel cui Logion serrato (ora Galleria degli specchi) i Gonzaga
conservano i dipinti più importanti della loro collezione.
In questa stessa zona del
palazzo, il duca Ferdinando (1612-1626) fa realizzare
l’appartamento del Paradiso (attualmente non visitabile) e
la Scala Santa (visibile dal corridoio di Paolo Pozzo)
costruita a imitazione della Scala Santa in Laterano a
Roma.
2 - GLI
AMBIENTI DEL PALAZZO
PERCORSI
AGGIUNTIVI
Recentemente sono
stati individuati dei percorsi aggiuntivi che si
possono effettuare in Palazzo Ducale, dal mese di novembre al mese di marzo.
Sono curati dagli Assistenti Tecnici Museali, e occorre rivolgersi al servizio di Accoglienza
presente in Palazzo Ducale.
I percorsi aggiuntivi
sono previsti nei giorni di sabato
e di domenica
dal mese di novembre
al mese di marzo
e nei seguenti orari:
09:15 - Appartamento di Isabella,
in Corte Vecchia
09:30 -
Palazzo del Capitano (Appartamento
di Guastalla)
09:45 -
Stanze dell'Imperatrice
10:00
- Appartamento Grande di Castello
10:15 -
Le carceri in Castello
10:30 - Piano
nobile del Castello
10:45 - La Rustica:
Appartamento della Mostra
11:00 - Appartamento di Isabella,
in Corte Vecchia
11:15 -
Palazzo del Capitano (Appartamento
di Guastalla)
11:30 -
Stanze dell'Imperatrice
11:45
- Appartamento Grande di Castello
12:00 -
Le carceri in Castello
12:15 - Piano
nobile del Castello
12:30 - La Rustica:
Appartamento della Mostra
14:30 - Appartamento di Isabella,
in Corte Vecchia
14:45 -
Palazzo del Capitano (Appartamento
di Guastalla)
15:00 -
Stanze dell'Imperatrice
15:15
- Appartamento Grande di Castello
15:30 -
Le carceri in Castello
15:45 - Piano
nobile del Castello
16:00 - La Rustica:
Appartamento della Mostra
16:15 - Appartamento di Isabella,
in Corte Vecchia
16:30 -
Palazzo del Capitano (Appartamento
di Guastalla)
16:45 -
Stanze dell'Imperatrice
17:00
- Appartamento Grande di Castello
17:15 -
Le carceri in Castello
17:30 - Piano
nobile del Castello
17:45 - La Rustica:
Appartamento della Mostra
I percorsi aggiuntivi sono elencati in ordine di
priorità e sono possibili tutti a seconda della
disponibilità di personale.
Appartamento di Isabella,
in Corte Vecchia
Isabella d'Este fece realizzare il proprio
Appartamento al pianterreno della Corte
Vecchia, ove si trasferì
dal Castello. Si possono visitare alcuni
famosi ambienti,
fra cui:
la Camera Grande,
affrescata nel 1522 da Leonbruno; lo Studiolo, che ospitava
i dipinti commissionati tra il 1496
e il 1506 a Mantegna, Lorenzo Costa e Perugino;
la Grotta, che reca ancora l'originario arredo
ligneo, e il Gardino Segreto,
recentemente restaurato.
Palazzo del Capitano (Appartamento
di Guastalla)
Il percorso si
snoda attraverso le stanze abitate dall'ultima
duchessa Anna Isabella di Guastalla nel Palazzo
del Capitano; si possono visitare la cappella con
affreschi del Trecento di scuola romagnola
( molto importante risulta la
Crocifissione ) e gli ambienti che custodiscono
affreschi, lapidi,
sculture e ceramiche di epoca medioevale e
del primo Rinascimento.
Gian Cristoforo Romano, Minerva, App.
di Isabella
Stanze dell'Imperatrice
Esse sono nell'Appartamento
neoclassico in Magna Domus, realizzato nel
1778 da Paolo Pozzo per Beatrice d'Este,
moglie di Ferdinando d'Austria, e rinnovate nel
1812, con mobili in stile impero, per Eugenio Beauharnais.
Appartamento Grande di Castello
L'edificio venne realizzato per il duca
Guglielmo su progetto di Giovan Battista Bertani
fra il 1572 e il 1580. Le eleganti sale, decorate
da elaborati stucchi ed affreschi dedicati
alla storia di Mantova e dei Gonzaga, ospitavano
le tele dei Fasti gonzagheschi di Jacopo Tintoretto
dipinti fra il 1578 e il 1580. In alcune
stanze più raccolte, che sono attigue alla Loggetta
del Tasso e si affacciano sul suggestivo
Cortile dei Cani, si possono ammirare esempi
di statuaria antica.
Le carceri in Castello
In età
austriaca il piano superiore del Castello è stato
adibito a carcere politico. Oltre alle celle vi
erano un appartamento dell'ispettore delle carceri,
l'infermeria e le stanza per la bastonatura.
Si
possono visitare le celle che ospitarono i Martiri
di Belfiore: P. F. Calvi, B. De Canal, B. Grazioli,
G. Grioli, C. Montanari, C. Poma, A. Scarsellini, T.
Speri, E. Tazzoli, G. Zambelli.
In molte
celle si leggono scritte e si vedono dei
disegni eseguiti dai carcerati.
Piano
nobile del Castello
Il percorso comprende l'appartamento nuziale
di Isabella d'Este; in particolare si
visitano la Stanza dei Soli, la Stanza di
Mezzo, la Camera delle Cappe (o delle
Conchiglie), lo Studiolo e la Grotta. Poco si
conserva dell'originario arredo dello
Studiolo, mentre nella Grotta rimane il
soffitto ligneo dorato (1506-1508). Nel Camerino Oscuro e nel Gabinetto
degli Armadi sono radunati affreschi e arredi
lignei provenienti dalla Palazzina della Paleologa,
distrutta nel 1899.
La Rustica:
Appartamento della Mostra
La palazzina della Rustica,
originariamente collegata all'Appartamento
di Troia, fu costruita da Giulio Romano fra
il 1538 e il 1539 per Federico II Gonzaga. Il percorso,
che comprende
la Camera degli Amori di Giove, lo Studiolo
di Orfeo, la Stanza del Pesce o di Nettuno,
la Sala della Mostra e il Salone delle Quattro
Colonne, si conclude con la visita al portico
caratterizzato dal robusto bugnato. In particolare
si segnalano lo Studio di Orfeo, dalla ricca
decorazione a stucco e ad affresco con le
storie del cantore, e la Stanza del Pesce,
con la volta rivestita di bizzarri rilievi
policromi raffiguranti fauna e flora acquatiche.
Pietro Paolo Rubens
La famiglia Gonzaga in adorazione della Trinità
MATERIALE PER LA VISITA
IL PALAZZO DUCALE DI MANTOVA (
di Stefano L'Occaso)
Studiolo di Isabella
(particolare dell'architrave del portale)
Pochi altri monumenti al
mondo possono vantare una stratificazione storica come
quella del palazzo Ducale di Mantova per il quale è
forse più giusto parlare di città-palazzo, dal momento
che il complesso architettonico è costituito da numerosi
edifici collegati tra loro da ampi corridoi e grandiose
gallerie, ed arricchito da cortili interni e vasti
giardini.
I nuclei più antichi del
palazzo precedono l’avvento al potere dei Gonzaga
(1328), ma la storia del complesso si identifica
soprattutto con quella della famiglia che governò la
città fino al 1707, superando anche il traumatico evento
dell’assedio e del sacco del 1630, che coincisero
cronologicamente con l’estinzione del ramo principale
della casata e l’inizio del breve ducato dei
Gonzaga-Nevers. Allo stesso modo le ristrutturazioni più
recenti, avvenute prevalentemente nella seconda metà del
secolo XVIII, sono opera dei governatori inviati a
Mantova dall’imperatore d’Austria, cui il ducato
appartenne dalla fine della dinastia dei Gonzaga, con
una breve parentesi francese (corrispondente agli anni
del dominio napoleonico), fino all’annessione al Regno
d’Italia nel 1866.
Nel corso del Duecento i
Corradi di Gonzaga si stabilirono nella città e qui
divennero alleati dei Bonacolsi, che ne tenevano le
sorti proprio nel periodo di affermazione delle signorie
sulle autorità comunali. Rinaldo Bonacolsi, detto
Passerino, fu capitano del popolo agli inizi del
Trecento; alla sua famiglia appartenevano buona parte
dei palazzi medievali che circondano l’attuale piazza
Sordello, chiusa sul fondo dalla cattedrale dedicata a
san Pietro.
Domenico Morone
La cacciata dei Bonacolsi
(particolare)
Il 16 agosto 1328 la
fazione gonzaghesca si sollevò contro i Bonacolsi e ne
ebbe la meglio in una battaglia condotta da Luigi
Gonzaga; questi divenne così capitano del popolo e
nell’arco di pochi anni riuscì ad ottenere la
legittimazione del proprio potere tanto da parte
imperiale quanto papale. A Luigi, ampiamente supportato
dai figli nella gestione del potere, successe Guido
(1360-69). Seguirono il governo di Ludovico I (1370-82)
e di Francesco I (1382-1407), cui spetta, oltre alla
costruzione del Castello di San Giorgio intorno al 1395,
una vasta campagna di rinnovamento della città.
Fu merito del figlio Gian
Francesco (1407-1444) la ristrutturazione e la
regolarizzazione di parte della Corte Vecchia, un
insieme di corpi di fabbrica diversi tra loro per
cronologia, forma e posizione che tentò di legare tra
loro: quest’impresa divenne il cruccio dei suoi
discendenti. In quegli anni fu attivo per la corte
Antonio Pisano, detto il Pisanello, che lasciò un
importante ciclo cavalleresco ispirato ai romanzi
bretoni; lavorò a lungo a Mantova e anche nella cappella
del palazzo di Marmirolo, da poco fatto costruire da
Gian Francesco, nominato marchese nel 1433
dall’imperatore Sigismondo.
Con Ludovico II (1444-1478)
irrompe a Mantova il Rinascimento con una sequenza di
avvenimenti artistici di altissimo livello; furono in
particolare Andrea Mantegna e Luca Fancelli a
soggiornare continuativamente nella città dei Gonzaga e
a lasciarvi notevole impronta. Il Mantegna lasciò in
palazzo tre opere di capitale importanza: la decorazione
di una cappella in castello, distrutta nella seconda
metà del Cinquecento (forse dopo il 1576), le pitture
della Camera degli Sposi e i Trionfi di Cesare,
emigrati in Inghilterra con la vendita delle collezioni
(1627-28) e ora a Hampton Court.
Francesco II (1484-1519),
terzo marchese di Mantova, realizzò alcune opere tra il
castello e la Corte Nuova prima di impegnarsi nella
costruzione del palazzo di San Sebastiano presso Porta
Pusterla (1506), nel quale andò ad abitare trasferendovi
le tele mantegnesche con i Trionfi; nel palazzo
Ducale fu assai rilevante il ruolo giocato da sua
moglie, la “prima donna del Rinascimento” Isabella d’Este.
Colta e raffinata mecenate, commissionò decorazioni e
raccolse collezioni che per quasi un secolo furono
inalienabile eredità, artistica e culturale, per i
Gonzaga. I camerini in castello, poi trasportati e
ampliati in Corte Vecchia, sono una delle massime
espressioni di un Rinascimento aperto alle più alte
suggestioni erudite e filosofiche.
Il figlio Federico II avviò
grandiosi lavori in castello e Corte Nuova, avvalendosi
della poliedrica creatività e del magistero di Giulio
Romano, allievo prediletto di Raffaello arrivato a
Mantova nel 1524 e qui morto nel 1546. Venne realizzata
la palazzina di Margherita Paleologa, giunta in moglie a
Federico portando in dote il marchesato di Monferrato,
successivamente causa di rovina per i Gonzaga. Venne
anche completato e decorato l’appartamento di Troia con
temi classici ricchi di allusioni storiche e politiche.
Federico II nel 1530 divenne duca.
Appartamento di Troia
Galleria dei Mesi
Nella seconda metà del
Cinquecento Guglielmo Gonzaga (1550-87) si caricò del
gravoso compito di fare del complesso, ancora costituito
da nuclei e fabbricati slegati e distanti, un insieme
organico; il fulcro divenne la basilica palatina di
Santa Barbara edificata da Giovan Battista Bertani tra
il 1567 e il 1572, e intorno a essa la regolarizzazione
degli spazi e l’interconnessione degli appartamenti
avvenne con la costruzione di una serie di nuove
fabbriche, ma soprattutto con la sistemazione di vasti
cortili interni e di importanti gallerie di
collegamento. Tra gli architetti che maggiormente si
prodigarono in questa fase furono lo stesso Bertani ed
il casalese Bernardino Facciotto.
Guglielmo lasciò al figlio
Vincenzo (1587-1612) un enorme palazzo ormai omogeneo,
in cui i singoli appartamenti erano diventati cellule di
un organismo colossale: un “palazzo in forma di città”.
Del periodo di Vincenzo si ricorda una fastosa vita di
corte, che il duca mantenne proteggendo artisti del
calibro di Pietro Paolo Rubens, Claudio Monteverdi e
Anton Maria Viani, che fu per oltre trent’anni (dal 1595
al 1630) prefetto delle fabbriche. Il canto del cigno
negli anni del duca Ferdinando fu magnifico: lavorarono
per la corte alcuni dei più grandi artisti dell’epoca,
come Domenico Fetti, Giovanni Baglione, Guido Reni. Alla
morte di Ferdinando, per volontà del fratello minore
Vincenzo II, fu stilato un inventario che documenta una
delle più prestigiose collezioni, d’oggetti d’arte e di
preziosi, mai raccolte. I pezzi migliori furono venduti
nel 1628 a Carlo I d’Inghilterra; il resto fu rubato
dalle truppe imperiali che, nel corso della guerra per
la successione del Monferrato, nel 1630 saccheggiarono
la città.
Un tentativo di
restaurazione avvenne attorno alla metà del Seicento con
Carlo II, del ramo Gonzaga-Nevers subentrato già nel
1628 a quello principale rimasto privo di discendenza;
egli chiamò a corte vari artisti tra cui Giovanni
Benedetto Castiglione, detto il Grechetto, cui affidò il
compito di dare nuovo splendore al palazzo.
La parabola gonzaghesca si
concluse nel 1707 con Ferdinando Carlo che, dichiarato
“fellone” dell’Impero, fuggì a Venezia portandosi via
quanto era stato raccolto dai suoi avi e abbandonando
palazzo e Stato al proprio destino.
Entrati gli austriaci nel
palazzo, lo trovarono in uno stato deplorevole, e
occuparono principalmente i più antichi edifici di Corte
Vecchia, permettendo un progressivo deperimento di altre
zone, come il castello, che ospitò nel Settecento e per
parte dell’Ottocento le carceri, nelle quali vennero
rinchiusi i Martiri di Belfiore, protagonisti del
Risorgimento mantovano. Importanti restauri furono
invece approntati in Corte Vecchia, dove vennero
realizzate decorazioni di carattere rococò prima (la
sala dei Fiumi) e poi neoclassico, sotto la guida
dell’architetto Paolo Pozzo. Tra la fine del Settecento
e gli inizi dell’Ottocento furono accumulate in palazzo
centinaia di opere d’arte, qui confluite dalle
soppressioni napoleoniche di chiese e conventi.
Con l’annessione di Mantova
al Regno d’Italia (1866) non cambiarono in principio le
sorti del palazzo; negli ultimi anni del XIX secolo
furono abbattute intere fabbriche, e opinabili scelte
urbanistiche ed estetiche imposero la distruzione della
palazzina della Paleologa e dell’ultimo teatro storico
sopravvissuto. Dagli inizi del secolo XX venne
intrapresa una diversa politica di restauro. Iniziò una
campagna di recuperi che ha forse in parte nascosto
l’incredibile stratificazione storica del palazzo, ma
che ha portato alla scoperta di capolavori pittorici
come la Crocifissione del palazzo del Capitano,
il ciclo pisanelliano (rinvenuto negli anni sessanta) e
ancora di recente la sala dello Specchio
nell’appartamento di Guglielmo di Corte Vecchia.
Percorso
principale
Palazzo del Capitano
Facciata
L’accesso al palazzo
avviene da piazza Sordello, dove è possibile apprezzare
la fronte dei due edifici più antichi: sulla destra è il
merlato palazzo del Capitano, sulla sinistra la più
bassa Magna Domus, cronologicamente anteriore. Entrambi
gli edifici sono di origine bonacolsiana, e passarono
nel corso del Trecento nelle mani dei Gonzaga; erano
separati da una strada sulla quale insiste l’attuale
portone di ingresso, da cui si accede al monumentale
scalone delle Duchesse, costruito nel primo Seicento
e modificato da Paolo Pozzo nel 1779. Si accede quindi
da un ballatoio alla sala detta del Morone,
che ospita una grande tela (del 1494) del pittore
veronese Domenico Morone. È raffigurata la Cacciata
dei Bonacolsi, da cui prese l’avvio la signoria dei
Gonzaga. In primo piano si svolge la battaglia tra le
due opposte fazioni; sulla sinistra è rappresentato
l’ingresso in città di Cangrande della Scala in aiuto
dei Gonzaga, mentre sulla destra è il tentativo di fuga,
sul cavallo nero, di Passerino Bonacolsi, che non sfuggì
alla morte; sul fondo una processione guidata dai
Gonzaga celebra la vittoria entrando nella cattedrale,
qui rappresentata con la facciata tardogotica, opera dei
Dalle Masegne poi distrutta nel Settecento.
Nella prima sala di
Guastalla, al piano nobile del palazzo del Capitano
che fu abitato da Anna Isabella di Guastalla tra fine
Seicento e inizi del XVIII secolo, è collocato un fregio
ad affresco che rappresenta i Ritratti dei Gonzaga
da Luigi a Ferdinando Carlo. Le pitture coprivano fino
agli anni sessanta la decorazione della sala successiva,
nota come sala del Pisanello.
Pisanello
Il torneo (parete est)
(particolare)
Antonio Pisano, detto il
Pisanello, fu uno dei massimi esponenti della corrente
artistica detta “gotico fiorito”, lirica espressione
dell’autunno del Medioevo; dal 1422 fu in contatto con
la corte mantovana e avviò questo importante ciclo
probabilmente intorno al 1433. È stato recentemente
supposto che il pittore sia stato incaricato da Gian
Francesco di illustrare il Lancelot, romanzo
bretone che narra le gesta dei cavalieri della Tavola
Rotonda, in occasione della sua nomina a marchese da
parte dell’imperatore. Proprio l’annunziata visita
dell’imperatore (22 settembre 1433) sarebbe all’origine
della decisione del pittore di realizzare, dopo la scena
iniziale del Torneo, non tanto una “sinopia”
quanto una pittura a monocromo rosso, per dare il senso
di una decorazione completa. Solo più tardi, dopo il
1433, il pittore avrebbe iniziato gli affreschi veri e
propri che per motivi ignoti restarono interrotti dopo
la scena del Torneo.
Nella successiva sala
dei Papi è conservata la sinopia del torneo,
strappata da sotto la decorazione pittorica: questa
servì certamente da “disegno preparatorio” per il
pittore. Si procede quindi nella galleria Nuova,
progettata nel 1771 da Giuseppe Piermarini per
raccordare gli ambienti dell’appartamento di Guastalla
con l’appartamento Ducale. Qui sono attualmente esposte
numerose pale d’altare, databili dal primo Cinquecento
alla fine del Settecento, provenienti dalle soppressioni
di chiese e conventi di Mantova, occorse tra fine
Settecento e primo Ottocento. Si notino in particolare
la Conversione di Saulo del viadanese Girolamo
Mazzola Bedoli, proveniente da San Francesco, una pala
di Francesco Borgani proveniente da Sant’Agnese e
celebre per la veduta di Mantova da Borgo San Giorgio,
un Miracolo di Santa Chiara del ferrarese Carlo
Bononi (da Sant’Orsola), e due tele di Giuseppe Maria
Crespi, detto lo Spagnoletto: San Francesco Regis
e San Francesco da Sales. Nella vicina Alcova
sono tele di autori mantovani del Settecento, tra cui un
San Giuseppe in gloria e santi dello Schivenoglia
e quattro opere di Giuseppe Bazzani, massimo
rappresentante della scuola locale e pittore di respiro
internazionale, prossimo al rococò austriaco ma memore
anche della pittura genovese del primo Seicento.
All’estremità della
galleria Nuova si apre la grandiosa sala degli
Arcieri, ricavata all’interno di un corpo di
fabbrica addossato alla rinascimentale Domus Nova, nella
quale il Viani sistemò, intorno al 1600, l’appartamento
del duca Vincenzo. In questa sala cogliamo la misura del
gusto tardomanierista internazionale, detto
“auricolare”, capriccioso e corposo al contempo, che il
Viani importò dalla corte di Monaco dove aveva prestato
servizio per vari anni: particolarmente evidente nei
grotteschi mensoloni che sostengono il soffitto. Vanto
della sala sono certamente i dipinti esposti, anch’essi
provenienti dalle soppressioni di chiese e monasteri: vi
è la celebre pala del fiammingo Pietro Paolo Rubens,
consegnata alla chiesa della Santissima Trinità nel
1605. In origine il pittore aveva realizzato un maestoso
trittico, di cui rimane a Mantova soltanto la vasta tela
centrale (in parte mutila), perché i due dipinti che la
accompagnavano, disposti sui due lati, vennero asportati
alla fine del Settecento: la Trasfigurazione di
Cristo è ora a Nancy, mentre il Battesimo di
Cristo è ad Anversa. La tela qui esposta rappresenta
Lafamiglia Gonzaga in adorazione della
Trinità: in primo piano sono il duca Vincenzo con la
moglie Eleonora de Medici, più arretrati il padre
Guglielmo con la moglie Eleonora d’Austria.
Pietro Paolo Rubens
La famiglia Gonzaga in adorazione della Trinità
(particolare)
Nella sala sono conservate
altre importanti opere di pittura: segnaliamo LaVergine presenta Santa Margherita alla Trinità
(1619), già nella chiesa di Sant’Orsola e dipinta da
Anton Maria Viani su committenza di Margherita Gonzaga,
e l’enorme lunetta con la Moltiplicazione dei pani e
dei pesci, già posta nel refettorio dello stesso
convento e dipinta da Domenico Fetti.
Si procede quindi nella
galleria degli Specchi che deve il suo nome alla
decorazione neoclassica apposta dal pavimento al
cornicione tra il 1773 e il 1779 sotto la supervisione
di Giocondo Albertolli. La galleria era però stata
inizialmente edificata sotto Vincenzo I Gonzaga come
loggia aperta, successivamente tamponata; la decorazione
pittorica della volta con raffigurazioni allegoriche
venne poi realizzata intorno al 1618 da una composita
équipe di pittori in parte di formazione emiliana (sulla
volta operarono due allievi di Guido Reni: Francesco
Gessi e Gian Giacomo Sementi), in parte capitanati dal
prefetto Anton Maria Viani.
Galleria degli Specchi
Tornati nella sala degli
Arcieri, si attraversano le stanze dell’appartamento
Ducale: la prima è la sala di Giuditta. Tra le
lesene rinascimentali, provenienti dal cinquecentesco
palazzo di San Sebastiano, così come il soffitto, sono
conservate quattro tele con Storie di Giuditta
del pittore napoletano Pietro Mango, attivo a Mantova
intorno alla metà del Seicento per Carlo II
Gonzaga-Nevers. Alle pareti sono invece esposte opere di
Domenico Fetti: il Redentore con undici
Apostoli, dagli esiti pittorici estremamente liberi,
e sei Santi su lavagna.
La sala successiva,
detta del Labirinto, deve il proprio nome al
soffitto ligneo dipinto e dorato che riproduce i meandri
di un labirinto. Anch’esso, come gli altri soffitti
lignei di queste stanze, proviene dal palazzo di San
Sebastiano e porta al proprio interno il motto “forse
che sì, forse che no” che il marchese Francesco II
trasse con ogni probabilità da una musica allora
popolare, una frottola amorosa. La fascia perimetrale è
invece pertinente all’adattamento del soffitto
nell’attuale ambiente a opera del duca Vincenzo, e
l’iscrizione che essa reca allude alla battaglia di
Kanizsa (“sub arce Canisiae”) in Ungheria; episodio di
una vera e propria crociata bandita contro i turchi cui
il Gonzaga prese parte. Nella sala è conservato l’arredo
proveniente dalla reggia di Mirandola, ove governò la
famiglia Pico; nel 1708 gli austriaci si appropriarono
dei loro beni, dividendoli tra Vienna e lo spoglio
palazzo di Mantova, utilizzato come sede di
rappresentanza.
In particolare si notino le
Quattro età del mondo, ampie tele dipinte al
principio del Seicento da Jacopo Palma il Giovane (l’Età
del ferro, sul lato d’ingresso) e Sante Peranda (l’Età
dell’oro, dell’argento e del bronzo) e
due Principesse della Mirandola, busti in marmo
del romano Lorenzo Ottoni.
Nella successiva sala
del Crogiuolo è collocata la seconda parte, oltre a
quella nella sala di Giuditta, del vasto soffitto
recante l’emblema del Crogiuolo, impresa di Francesco II
ideata a simbolo della bontà e limpidezza della propria
condotta politica; sotto di esso corre il fregio con
Putti e cani, dipinto da Lorenzo Costa il Giovane su
disegni del Tintoretto (1580 circa), proveniente dalla
sala dello Zodiaco e qui collocato agli inizi del
Novecento.
Appartamento Ducale
Sala del Crogiolo
(particolare del soffitto)
I numerosi ritratti qui
esposti provengono da Mirandola e raffigurano principi
della famiglia Pico; dal lato della sala in cui è una
preziosa specchiera settecentesca in vetri di Murano si
scorge la cappella dell’appartamento Ducale,
voltata a botte e decorata con una cinquecentesca
Crocifissione tra i santi Longino e Maddalena.
La successiva sala di
Amore e Psiche è invece un ambiente di carattere
prettamente neoclassico, conferitogli anche
dall’inserimento, nel soffitto ligneo cinquecentesco, di
un tondo tardo settecentesco rappresentante Amore e
Psiche, tema mitologico narrato nell’Asino d’oro
di Apuleio; alle pareti sono disposte Storie di
Psiche di Sante Peranda.
Anche il successivo
camerino venne decorato nel tardo Settecento, e il
gusto neoclassico si manifesta nella volta a botte a
cassettoni e nel pavimento a marmi policromi,
probabilmente in origine nel palazzo Giardino di
Sabbioneta. Alle pareti sono quattro ovali
rappresentanti gli Elementi, del pittore veronese
Giorgio Anselmi, parte di un ciclo eseguito nel 1774 per
una camera dell’appartamento di Guastalla; dello stesso
autore è il Ritratto di Maria Teresa d’Austria,
che completava un ciclo allegorico eseguito per
l’Università dei Mercanti.
Di qui si accede nel
corridoio dei Mori; scendendo ci si immette a sinistra
nel primo braccio del corridoio di Santa Barbara, lunga
galleria di collegamento tra la Corte Vecchia e la Corte
Nuova. Il lungo passaggio indicato col nome di
galleria di Santa Barbara è formato da fabbriche di
epoche diverse. La prima parte, che si snoda intorno a
piazza Santa Barbara, è frutto di una sistemazione
settecentesca di Paolo Pozzo e fronteggia la basilica
di Santa Barbara, eretta tra il 1562 ed il 1572 su
disegno dell’architetto mantovano Giovan Battista
Bertani, formatosi nel solco della tradizione di Giulio
Romano, sulla quale innestò un classicismo “vitruviano”
di impronta romana. Immediatamente successivo alla
basilica, dalla robusta facciata appena ingentilita da
stilemi manieristici, è il campanile, terminante in alto
con una lanterna, che sottolinea simbolicamente come la
chiesa sia posta a fulcro dell’intero complesso di
palazzo Ducale.
Intorno al 1580
l’architetto Bernardino Facciotto realizzò di fronte
alla facciata della chiesa una piazza a forma di
semiottagono irregolare, riuscendo così a nascondere in
parte la discontinuità degli edifici che le si
addossano. In questo contesto avvenne la realizzazione
del corridoio di Santa Barbara da cui il duca e la
famiglia, senza dover uscire dal palazzo, avevano
accesso privilegiato alla chiesa palatina. Nella
galleria, dove un tempo erano conservate decine e decine
di opere, tra cui le Fatiche di Ercole di Guido
Reni (ora al Louvre) e la Parabola dell’invitato
indegno di Fra Semplice da Verona, sono attualmente
esposti quadri provenienti dalle soppressioni di enti
religiosi; si segnalano alcuni dipinti di Francesco
Borgani e un ciclo di cinque Storie di San Giovanni
Evangelista di Girolamo Mazzola Bedoli. Sulla
sinistra si apprezzi la visione di piazza Castello, il
cui attuale assetto è databile al 1549, quando in
occasione della visita di Filippo II vennero costruiti i
portici, mentre venne realizzata circa nel 1580-1581
l’esedra che fa da fondo alla massiccia mole del
castello.
Al termine della lunga
galleria si giunge allo scalone cinquecentesco
impropriamente noto come scalone di Enea,
scendendo il quale si arriva, passando sotto una torre
del castello di San Giorgio, nel suo cortile
interno, tre lati del quale sono porticati.
Castello di San Giorgio
Facciata verso il lago
Il possente maniero venne
eretto per volere di Francesco I Gonzaga sul finire del
Trecento dall’architetto novarese Bartolino Ploti, che
pochi anni prima aveva dato prova della sua maestria con
la costruzione dell’imponente castello estense di
Ferrara. La maestosa mole con quattro torri di diverse
altezze, era già in origine resa asimmetrica dalla
presenza di controtorri, ossia corpi aggettanti più
bassi, anch’essi muniti di merlature e collegati con i
rispettivi revellini posti al di là del fossato di
cinta. Nato come struttura difensiva militare, il
castello fu modificato già intorno al 1459, quando
Ludovico II vi si trasferì adattando la struttura
architettonica alle nuove esigenze abitative; nel 1472
Luca Fancelli, forse su disegni del Mantegna, realizzò a
ridosso di un portico medievale del cortile due lati
porticati di evidente ispirazione toscana.
Al piano nobile si accede
attraverso una rampa elicoidale, ricostruita nel secondo
decennio del XX secolo, dalla quale si arriva
direttamente nella sala degli Stemmi, che
affaccia sul cortile interno attraverso tre bifore
gotiche. La successiva sala dei Soli deve il nome
alla decorazione della volta realizzata nel 1549 in
occasione del matrimonio di Francesco III e Caterina
d’Austria.
Capolavoro assoluto del
rinascimento padano è la decorazione pittorica della
camera degli Sposi, cui il pittore Andrea Mantegna
attese, con una certa discontinuità, per circa nove anni
(1465-1474).
"Camera dipinta"
Cavalieri al seguito del marchese Ludovico
I dipinti della camera
Picta (cioè “camera dipinta”, come era in origine nota)
costituiscono un prototipo esemplare di concezione
decorativa unitaria di un ambiente, in chiave ottica e
prospettica; la miglior fruizione delle pitture si ha
dal centro della stanza. Su una zoccolatura in finto
marmo che fa da proscenio si muovono i protagonisti
della rappresentazione, resi visibili dallo scostamento
delle tende che chiudono i lati sud ed est; la finzione
architettonica si sviluppa sulle parete con finte lesene
che scandiscono le pitture, e sopra di esse continua dai
capitelli pensili attraverso le vele della volta (alzata
per rendere cubiche le proporzioni dell’ambiente),
culminando nel tondo centrale, il celebre oculo
prospettico dal quale affacciano varie figure che
scrutano verso il basso.
Sulla parete ovest è
rappresentata tutta la corte in modo piuttosto
informale, sorpresa nel momento in cui un messaggero
(sulla sinistra) consegna una lettera a Ludovico,
affiancato dalla moglie Barbara di Brandeburgo. Dalla
lettera Ludovico apprende che Francesco Sforza, signore
di Milano per il quale prestava servizio come comandante
dell’esercito, è gravemente ammalato; il suo viaggio
verso Milano è rappresentato sulla parete ovest, e
precisamente attraverso l’episodio dell’incontro,
avvenuto a Bozzolo, con il figlio Francesco, appena
nominato cardinale.
Alla prodigiosa galleria di
ritratti si aggiungono i numerosi riferimenti
all’antico: anzitutto nei miti di Ercole (lati sud e
ovest), Arione (est) e Orfeo (nord) nelle lunette della
volta e nei busti dei dodici imperatori sulle vele della
stessa.
Usciti dalla camera Picta,
passando attraverso la sala degli Affreschi e
scendendo nuovamente lo scalone elicoidale, salendo
infine per lo scalone di Enea si giunge nella sala di
Manto, all’interno della Corte Nuova.
Anticamente questa zona era
detta appartamento di Castello, come fosse null’altro
che un’appendice del maniero tardotrecentesco; piuttosto
complessa è la genesi di questa parte del palazzo. La
sala di Manto, in origine ingresso all’appartamento di
Troia sistemato da Federico II Gonzaga, deve l’aspetto
attuale all’intervento di Guglielmo che dispose la
creazione dell’appartamento Grande di Castello verso la
fine del settimo decennio del Cinquecento. Pertanto il
vasto salone costituisce contemporaneamente l’ingresso
di due diversi appartamenti. Qui Guglielmo volle che la
decorazione fosse dedicata alla celebrazione della
famiglia Gonzaga, partendo dalle origini stesse della
città di Mantova. Otto riquadri vennero dipinti a olio
su muro e raccontano sulla parete est lo sbarco in
Italia di Manto, leggendaria figlia dell’indovino
Tiresia, e proseguendo in senso orario il Convito di
Manto, la fondazione della città di Manto fatta dal
figlio Ocno, tre scene di fondazioni urbane (costruzione
di porta Leona, porta Pradella e del ponte dei Mulini) e
due scene relative a lavori urbani eseguiti dai Gonzaga.
La sala è attualmente arricchita da alcune sculture
romane provenienti da Sabbioneta.
Dalla sala di Manto si
passa nella sala dei Cavalli all’interno
dell’appartamento di Troia, realizzato da Giulio Romano
per Federico II negli anni 1536-1539. L’artista romano
dovette fare i conti con numerose preesistenze che
condizionarono la pianta dell’appartamento: ciò è molto
evidente nella pianta a trapezio irregolare della sala,
la cui anomalia è mascherata dal piatto soffitto ligneo
a cassettoni, nel quale è inserita una tela
rappresentante la Caduta di Icaro, comunemente
attribuita a Luca da Faenza, uno degli allievi che
posero in opera gli innumerevoli progetti di Giulio.
L’affresco rappresentante il Monte Olimpo su un
labirinto d’acqua, opera di gusto nordico databile
intorno al 1530, è chiara testimonianza di una fase
anteriore alla sistemazione giuliesca dell’appartamento
e venne scoperto soltanto negli anni venti del
Novecento.
Dalla sala dei Cavalli si
intravede un giardino pensile interno noto come
cortile dei Cani; si prosegue quindi nella sala
delle Teste, la cui volta venne affrescata da un
collaboratore di Giulio Romano, forse Rinaldo Mantovano,
con la rappresentazione di Giove in trono; nelle
tazze alla base della volta stessa erano in origine
busti di famosi condottieri e personaggi della politica
del tempo realizzati dal ferrarese Alfonso Lombardi
Cittadella.
Nell’attiguo gabinetto
dei Cesari rimangono solo lacerti dell’originale
decorazione giuliesca della volta e copie delle undici
tele rappresentanti Imperatori romani che Tiziano
Vecellio aveva realizzato per Federico II, e che dopo
vari passaggi di proprietà andarono perdute a Madrid in
un incendio nel 1754.
Camerino dei Cesari
(particolare della decorazione in stucco)
Il vasto salone da cui
l’appartamento prende il nome è la sala di Troia,
decorata con storie tratte dall’Iliade di Omero e
dall’Eneide di Virgilio, dipinte con brillante
colorismo e con foga narrativa (soprattutto nella volta)
da Giulio Romano e dalla sua vasta compagine di aiuti. A
partire dalla parete meridionale da sinistra sono
rappresentate le vicende della guerra di Troia: il
Ratto di Elena, il Sogno di Ecuba, il
Giudizio di Paride, Teti consegna le armi ad
Achille, il Cavallo di Troia, Vulcano
fabbrica lo scudo ad Achille, la Morte di
Laocoonte e Aiace fulminato sullo scoglio. La
battaglia infuria sulla volta, al cui centro sono
dipinte alcune Divinità dell’Olimpo; dalla parete
corta sul lato orientale si vede il lago Inferiore
attraverso la loggia di Eleonora, addossata
all’epoca del duca Vincenzo (1600 circa) alla fabbrica
giuliesca.
Dalla sala di Troia si
passa nella galleria dei Mesi (o dei Marmi),
realizzata in origine da Giulio Romano come loggia
aperta a completamento dell’appartamento detto di Troia
e modificata sotto Guglielmo Gonzaga che ne fece
raddoppiare l’estensione, replicando il modulo
architettonico e decorativo che Giulio aveva realizzato
nel tratto orientale. La galleria accoglieva numerosi
marmi classici murati in cornici di stucco o posti in
tazze all’interno delle lunette, e svolgeva così
funzione di antiquarium; stucchi e pitture
allegoriche legate allo scorrere del tempo completano
l’apparato decorativo.
La galleria affaccia sul
cortile della Cavallerizza, forse già previsto da
Giulio Romano ma certamente attuato sotto la prefettura
del Bertani. Sul lato opposto all’appartamento di Troia
è la facciata della Rustica, anch’essa costruita
da Giulio Romano e caratterizzata da robuste bugne che
le conferiscono un chiaroscuro del tutto particolare, e
dalle colonne tortili su cui si avviluppano viticci.
Questo innovativo partito architettonico giuliesco fu
replicato e riproposto durante il ducato di Guglielmo
sugli altri tre lati del cortile che assunse così
l’attuale aspetto. L’utilizzo a partire dal primo
Settecento del cortile come maneggio ha determinato il
nome in uso di Cavallerizza.
Dalla testata occidentale
della galleria dei Mesi si accede alla maestosa
galleria della Mostra, nata negli anni Settanta del
Cinquecento ma terminata solo entro gli inizi del
Seicento, quando raggiunse l’attuale aspetto. Nel 1595
l’intagliatore Pietro Antonio Accorsi realizzò il
soffitto ligneo (in parte crollato nell’Ottocento e
successivamente ricostruito) e pittori locali
arricchirono la decorazione della galleria che doveva
ospitare le principesche raccolte d’arte dei Gonzaga.
Qui era il fiore della loro collezione: dipinti di
Vasari, Bruegel, Mantegna, Guercino (Erminia tra i
pastori), Tiziano, Giulio Romano e persino
Caravaggio (la Morte della Vergine ora al
Louvre). Qui è stata recentemente sistemata una serie di
sessantaquattro busti marmorei, per gran parte eseguiti
tra il I secolo a.C. e il III d.C. e per una piccola
parte invece del XVI secolo, provenienti dalle
collezioni antiquarie dei Gonzaga di Sabbioneta.
Galleria della Mostra
Dalla testata sud si passa
nella galleria del Passerino, detta anche
galleria delle Metamorfosi: quattro ambienti
intervallati da semplici serliane realizzati e decorati
all’epoca del duca Vincenzo con storie tratte dalle
Metamorfosi di Ovidio, che in origine costituivano
la Wunderkammer del palazzo. Ospitavano cioè le
“meraviglie” che il gusto dell’epoca studiava e
collezionava: feti mostruosi, pietre rare, e persino il
corpo mummificato di Passerino Bonacolsi, da cui la
galleria prese il nome.
La galleria comunicava
attraverso due scale col giardino dei Semplici
che si apre sul lato sinistro; questo nacque nel
Quattrocento in contemporanea alla Domus Nova, ma fu
definitivamente sistemato nel 1603 dal frate fiorentino
Zenobio Bocchi che, seguendo una logica di geometrie e
di sottili simbologie, vi piantò i “semplici” ossia
piante medicinali da cui il giardino prende il nome.
Esso è poi sovrastato dalla mole della Domus Nova
di Luca Fancelli, costruita per Federico I tra il 1480
ed il 1484; lo scultore e architetto toscano trovò qui
una personale sintesi del linguaggio rinascimentale con
retaggi dell’architettura gotica. Al centro della
facciata si apriva l’ingresso, che restauri
novecenteschi non hanno mantenuto, mentre ai lati
svettano due torrette ingentilite da logge; una
merlatura accecata correva tra esse ma anche le sue
tracce sono state cancellate. L’edificio in pianta ha
una struttura a “U”, completata sul quarto lato da un
muro diaframma successivamente abbattuto (tracce sono
visibili in piazza Paccagnini), secondo una soluzione
planimetrica già presente nel palazzo gonzaghesco di
Revere.
Domus Nova
Facciata verso il lago
Rientrando nella galleria
del Passerino si continua lungo uno snodo di corridoi
che, giunti nuovamente di fronte alla basilica di Santa
Barbara, fiancheggia una riproduzione in proporzioni
ridotte della scala Santa di Roma; fu realizzata
nel 1615 per volere di Ferdinando Gonzaga ed era
impropriamente ritenuta un appartamento dei nani di
Corte.
Superando la breve rampa di
raccordo col piano nobile di Corte Vecchia si torna
sulla sinistra al corridoio dei Mori, che fiancheggia il
giardino d’Onore e che venne decorato nel primo
Seicento, probabilmente all’epoca di Vincenzo Gonzaga,
con emblemi arborei allusivi a virtù.
Superato il corridoio si
entra nella loggetta di Santa Barbara, già parte
del vasto appartamento privato di Guglielmo in Corte
Vecchia, dovuto in parte a risistemazione di ambienti
preesistenti, in parte a costruzioni realizzate ex
novo, tra il 1574 ed il 1581.
Il successivo gabinetto
dei Mori è un ambiente a pianta quadrata, coperto da
un ricco soffitto ligneo intagliato e dorato, circondato
da un fregio corrente lungo le pareti in cui compaiono
delle figurine di mori da cui la stanza prende il nome,
e al cui centro è un tondo di Daniel van den Dyck con
Venere sostenuta da amorini (1659). Dalla finestra è
possibile ammirare il cortile a Otto Facce,
creazione del casalese Bernardino Facciotto, con pianta
di ottagono allungato assai rara; il cortile, concepito
come “palazzo introverso”, era originariamente tutto
affrescato sugli esterni e ulteriormente arricchito da
stucchi con Trofei d’armi ancora in situ.
La seguente camera dei
Falconi ha la volta splendidamente affrescata con
finte architetture che lasciano intravedere dei putti in
scorcio e dei falconi, secondo una poetica assai cara a
Guglielmo di creare sfondati prospettici aperti verso il
cielo, in illusoria continuità tra interno ed esterno.
Gli affreschi vennero con ogni probabilità eseguiti da
Lorenzo Costa il Giovane, uno dei massimi rappresentanti
del tardo manierismo mantovano in pittura, e autore
certamente anche dell’ornato della volta a padiglione
della sala successiva, detta dello Zodiaco,
realizzata a olio su stucco. L’ampia superficie, una
vera sfida per la difficoltà di organizzare una
decorazione così ampia e soggetta a notevoli
deformazioni prospettiche, mostra le costellazioni
dell’emisfero boreale su un cielo blu notte: al centro è
il gruppo di Diana sul carro trainato da cani e Astrea,
che sottintendono riferimenti astrologici a Guglielmo
Gonzaga con un particolare accento sulla continuità
della dinastia. La decorazione cinquecentesca scendeva
più in basso lungo le pareti, sotto l’attuale cornicione
che venne realizzato, al pari di tutto l’allestimento
neoclassico in chiave neoegizia della sala, al principio
dell’Ottocento.
Dalla sala dello Zodiaco si
accede alla sala dei Fiumi che esibisce il più
vasto e completo apparato decorativo rococò del palazzo,
dovuto all’intervento in epoca austriaca dell’architetto
e scenografo Gaetano Crevola e del veronese Giorgio
Anselmi. Frutto della collaborazione fra i due fu
proprio la ristrutturazione dell’ambiente nato nel
Cinquecento come Refettorio, in cui il Crevola
intervenne nel 1775 dipingendo, con gusto leggero e
teatrale, elaborate strutture architettoniche nelle
quali l’Anselmi realizzò le figure: le Allegorie dei
sei fiumi del territorio mantovano sulle pareti e i
tre riquadri sulla volta (al centro Fetonte chiede il
caro del Sole ad Apollo). Le testate della galleria
sono occupate da due grotte lavorate a stucco e mosaico,
in cui l’arte mima la natura: quella rivolta verso la
sala dello Zodiaco è del primo Seicento, l’altra
sembrerebbe del 1773.
Sala dei Fiumi
Dalla galleria si può ammirare il
giardino pensile, fabbrica dell’ottavo decennio
del Cinquecento sostenuta da due livelli di monumentali
gallerie voltate a botte, realizzata in diverse fasi
dall’architetto mantovano Pompeo Pedemonte, dal veronese
Bernardino Brugnoli e dal Facciotto.
Attraversando nuovamente la
sala dello Zodiaco, si giunge nelle stanze degli
Arazzi.
Terza stanza degli Arazzi
La pesca miracolosa
Si tratta di una serie di quattro ambienti,
originariamente parte dell’appartamento di Guglielmo,
del quale alla fine del Settecento fu radicalmente
mutato l’aspetto, quando da sale di rappresentanza Paolo
Pozzo le tramutò in ambienti adibiti a ospitare una
serie di nove preziosi arazzi cinquecenteschi. Divisi
tre per sala, con l’esclusione di un passetto destinato
a cappella, gli arazzi illustrano nove storie tratte
dagli Atti degli Apostoli, e ripropongono una celebre
serie realizzata nel secondo decennio su disegni di
Raffaello Sanzio per la cappella Sistina in Vaticano. La
serie mantovana ne è una delle copie più antiche, tratta
direttamente dai cartoni del sommo artista ora
conservati al Victoria and Albert Museum di Londra e
venne tessuta dagli arazzieri brussellesi Jan van
Thiegen, Nicholas Leyniers e da un anonimo noto come
“Maestro della Marca Geometrica”. Comprati nel 1559 per
la Cattedrale dal cardinale Ercole Gonzaga, che
commissionò la bordura esterna nella quale figura il suo
stemma, vennero dal settimo decennio del Cinquecento
esposti nella basilica palatina di Santa Barbara, dove
rimasero fino al tardo Settecento, per passare quindi in
questi ambienti appositamente decorati dagli artisti
dell’Accademia. I bassorilievi antichizzanti in stucco
sono di Stanislao Somazzi, le tempere sono di
Giambattista Marconi mentre il pittore Felice Campi
realizzò una serie di tele, dipinte come finti arazzi,
rappresentanti Fatti del Vecchio e Nuovo Testamento. I
nove pezzi originali sono divisi in tre gruppi di tre:
nella prima sala, detta dell’Aquila, sono
la Pesca miracolosa, la Punizione di Elima
e la Lapidazione di Santo Stefano. Seguono una
cappellina, con antico pavimento in cotto, e la
sala del Leone, dove sono esposti: la Caduta di
Saulo, la Predica sull’Areopago e la
Consegna delle chiavi. Nell’ultima sala,
detta delle Imperatrici, sono la Guarigione
dello storpio, il Sacrificio di Listri (si
notino nella bordura le Fatiche di Ercole, a
celebrazione del committente) e la Morte di Anania.
Entrando nella sala dei
Papi, si volta a destra e di lì, percorrendo a ritroso
lo scalone delle Duchesse, si giunge al piano terreno
del palazzo, dove è collocato l’appartamento vedovile di
Isabella d’Este.
Data la vastità del
palazzo, l’itinerario principale esclude alcune zone
(percorsi aggiuntivi) che possono essere visitate o nei
fine settimana o in certi periodi dell’anno.
Appartamento vedovile di Isabella d’Este in Corte
Vecchia
Isabella d’Este, morto il
marito Francesco II (1519), decise di trasferire il
proprio appartamento dal castello di San Giorgio al
pianterreno della Corte Vecchia. La visita interessa il
nucleo che comprende una serie di celebri ambienti, fra
cui la camera Grande o Scalcheria, affrescata nel 1522
dal Leonbruno, lo Studiolo, che ospitava dipinti
commissionati tra il 1496 e il 1506 a Mantegna, Lorenzo
Costa il Vecchio e Perugino (sono attualmente al Museo
del Louvre), la Grotta, che reca ancora l’originario
arredo ligneo tra cui le tarsie attribuite ai fratelli
Antonio e Paolo Mola, e il suggestivo giardino Segreto,
caratterizzato dal raffinato impiego dello stile ionico.
Appartamento di Isabella
Sala di Leonbruno
Piano
nobile di Castello
Il percorso comprende
l’appartamento nuziale di Isabella d’Este; in
particolare si visitano la sala dei Soli, la stanza di
Mezzo, la camera delle Cappe (o delle Conchiglie), lo
Studiolo, la Grotta e una cappella progettata da Giovan
Battista Bertani nel 1563. Poco si conserva
dell’originario arredo dello Studiolo, mentre nella
Grotta rimane il soffitto ligneo dorato (1506-1508). Dal
camerino Oscuro si accede a tre ambienti in cui sono
radunati affreschi e arredi lignei (nel camerino degli
Armadi) provenienti dalla palazzina della Paleologa,
costruita da Giulio Romano per Margherita Paleologa
(moglie di Federico II) nel 1534-1536 e distrutta nel
1899; si tratta in parte di decorazioni dell’epoca di
Giulio Romano, come gli affreschi del camerino delle
Stagioni, e in parte di decorazioni della fine del
Cinquecento: le pitture dell’oratorio sono infatti
riferite ad Anton Maria Viani.
Appartamento dell’Imperatrice
Il percorso si snoda
attraverso le stanze dell’Appartamento neoclassico in
Magna Domus, realizzato nel 1778 da Paolo Pozzo per
Beatrice d’Este, moglie di Ferdinando d’Austria, e
rinnovato nel 1812 con mobili in stile impero per
Eugenio Beauharnais. Tra gli ambienti sono notevoli la
camera di Ercole, quella di Dafne, la camera da letto
con un sontuoso letto di manifattura milanese degli
inizi dell’Ottocento e il Bagno.
Appartamento Grande di Castello
L’edificio venne realizzato
per il duca Guglielmo su progetto di Giovan Battista
Bertani fra il 1572 e il 1580. Nella sala dei Capitani
rimane un vasto dipinto murale, raffigurante il
Giuramento di Luigi e recentemente attribuito a
Benedetto Pagni da Pescia. Le eleganti sale, decorate da
elaborati stucchi ed affreschi dedicati alla storia di
Mantova e dei Gonzaga, ospitavano le tele dei Fasti
gonzagheschi di Jacopo Tintoretto dipinti fra il
1578 e il 1580 (camere dei Marchesi e dei Duchi). Una
serie di stanze più raccolte, dove si ammirano esempi di
statuaria antica, sono attigue alla loggetta “del Tasso”
e si affacciano sul suggestivo cortile dei Cani.
Appartamento di Guastalla
Il percorso si snoda
attraverso le stanze abitate dall’ultima duchessa Anna
Isabella di Guastalla nel palazzo del Capitano, che
insistettero su zone abitate e decorate sin dal
Trecento. Di estremo interesse è cappella con affreschi
del Trecento di scuola romagnola e databili forse al
1340 circa; sulla parete di fondo dell’ambiente
originariamente voltato a botte è una vivacissima
Crocifissione probabilmente commissionata da Guido,
Feltrino e Filippino, i tre figli del primo capitano del
popolo Luigi Gonzaga che abitarono in questo edificio
sin oltre la metà del XIV secolo. Svariati altri
ambienti custodiscono lapidi, sculture, pitture e
ceramiche di epoca medievale e proto-rinascimentale,
importanti testimonianze dell’arte mantovana.
Appartamento di Guglielmo in Corte Vecchia
Il percorso include zone,
alcune recentemente restaurate e aperte al pubblico, che
fanno parte del vasto appartamento Verde di Guglielmo in
Corte Vecchia. Dal giardino pensile si accede tuttavia
anche al settecentesco Kaffeehaus, luogo di svago e
d’ozio di teatrale impatto, la cui volta traforata è
ispirata ad analoghe soluzioni sperimentate dai Bibiena.
Si visitano anche il corridoio dei Fauni, con affreschi
attribuiti a Ippolito Andreasi, detto l’Andreasino, e la
sala dello Specchio, nota anche come sala della Musica.
È noto l’interesse per la musica di Guglielmo Gonzaga,
che commissionò forse ben nove sacre messe a Pierluigi
da Palestrina per la basilica di Santa Barbara; in
questo ambiente pare tuttavia che si desse luogo agli
svaghi di corte e si ascoltasse musica profana, sotto
una particolarissima volta a ombrello ora solo
suggerita.
Appartamento della Rustica (impropriamente detto “Estivale”)
L’appartamento nacque negli
anni 1537-1538 per volere del duca Federico II; colui
che concretamente gli diede vita fu il pittore e
architetto Giulio Romano. L’edificio, successivamente
inserito all’interno della cornice del cortile della
Cavallerizza, venne decorato in due fasi successive:
poco rimane delle originali pitture giuliesche mentre di
estremo interesse sono le decorazioni realizzate nel
settimo decennio del Cinquecento sotto la supervisione
di Giovan Battista Bertani. Fu allora che vari pittori
locali, tra cui certamente l’abile Lorenzo Costa il
Giovane, approntarono la camera di Giove, con affreschi
che narrano gli amori del dio pagano, il camerino di
Orfeo, dai raffinati stucchi dedicati al celebre
cantore, la stanza di Nettuno, con meravigliose nature
morte a tema ittico, la sala della Mostra nella quale
Guglielmo fece affrescare il tema delle origini mitiche
della città di Mantova.